Opinioni opinabili sulla pittura, di Giorgio Valentinuzzi
Qui metto le mie opinioni sulla pittura: mestiere, colore, respiro.
Sono opinabili e personali: servono a tenere vivo il tavolo, non a fare catechismo.
L’arte, come parola, la lascio a chi la usa troppo. Io parlo di pittura.

Giorgio Valentinuzzi in studio.
Sono opinioni personali e quindi opinabili. Nascono in studio, tra tele, racle, pennelli, errori corretti e prove rifatte il giorno dopo. Non faccio catechismo, ma soltanto domande semplici: tiene? respira? suona? Se il quadro non regge, lo dico. Se regge, lo difendo. A volte con ironia, sempre con rispetto. Dentro troverai due strade che s’intrecciano:
– le mie critiche di bottega (quando il mito non salva il mestiere);
– le mie note d’amore per ciò che funziona: un tono accordato, una campitura che resta in piedi, un silenzio che vale più di tre colpi di scena. Non cerco santini né demolizioni a effetto. Cerco precisione: ascoltare il colore prima di toccarlo, lasciare aria dove serve, chiamare le cose con il loro nome. Se ti va, passa a vedere, discutiamo senza urla: qui si ragiona di pittura, non di tribunali. La porta è aperta. Il resto è lavoro, e un po’ di gioia.
Impressionismo: politica del gusto e smarrimento del mestiere
impressionismoNon ho mai comprato il catechismo. Una parte dell’Ottocento è stata raccontata come svolta liberatoria, ma spesso ha coinciso con l’abdicazione del mestiere: il colore trasformato in gesto urgente, la natura “copiata” in velocità, il laboratorio scambiato per prigione. Van Gogh ne è l’emblema: biografia magnetica, narrazione perfetta, impasti che urlano. Il punto non è la sofferenza (non fa quadri), ma la mancanza di misura: quando il tono s’impasta, il gesto si ripete e l’aria non entra, la superficie perde struttura. La storia successiva: mercato, musei, scuola, ha santificato il graffio come verità. Politica culturale, sì: una vittoria del racconto più che della costruzione pittorica. Dall’altra parte, i cosiddetti “accademici” (David, ma anche Ingres e certi minori) sono stati ridotti a caricatura di rigore morto, quando in realtà custodivano tre cose che oggi servono come il pane: spazio, misura, respiro. Il paesaggio interiore non è sfogo: ma architettura. Non significa scrivere addosso alla tela, ma farle spazio perché dica la sua.
Dipingo da anni tra colore e silenzio. Ho imparato che una campitura che tiene vale più di tre colpi di scena; che due toni accordati battono dieci urla; che lasciare bianco non è povertà, ma precisione. Il mito non salva il mestiere. E il mestiere non uccide la libertà: la rende praticabile. Se per qualcuno Van Gogh è sacro, bene. Io dico la mia: preferisco il colore che respira piano al graffio che fa scena. Preferisco la costruzione alla retorica. Preferisco discutere di tono, leganti, distanza, invece di ripetere agiografie. La pittura si nutre di pittura.
Indice:
Van Gogh •
Impressionismo
Forchetta vs pennello.
Quando la misura manca, il tono si fa fango e l’aria non entra.
Preferisco il colore che respira piano alla scena del graffio.
Perché Van Gogh non fa per me
Parere impopolare di bottega: molto gesto, poco respiro del colore. Il mito non salva il mestiere.
Io e Van Gogh non ci amiamo. Non è una gara di santini, è una questione di mestiere. In certi lavori sento più graffio che pittura, più rumore di segno che canto del colore. A qualcuno piace quel graffio, io preferisco quando il colore respira e tiene il tempo senza urlare. La mia è una bottega, non una cattedra. Guardo impasti che si fanno fanghiglia, segni ripetuti come zolle, superfici dove l’aria entra a fatica. E mi chiedo: dov’è l’orecchio del colore? Il pennello non è una bacchetta magica, è uno strumento che deve ascoltare prima di toccare. Quando non ascolta, la pittura diventa forchetta sulla tavolozza. Non tutto va canonizzato. Il mito è un racconto utile, ma non salva il mestiere. Posso stimare la figura, la biografia, la leggenda, e allo stesso tempo dire che molti quadri non mi parlano. Il mestiere non è la prigione della libertà, è la struttura che permette al colore di respirare. Senza respiro, il gesto diventa rumore. Preferisco il momento in cui il colore si mette d’accordo con la luce. Quando una campitura regge da sola, quando due toni si guardano senza farsi la guerra, quando il silenzio tra un segno e l’altro vale più del segno. In pittura, lo spazio vuoto non è povertà: è precisione. So che questa è un’opinione impopolare. Bene. Le opinioni servono a tenere vivo il tavolo, non a chiuderlo. Possiamo amarci e non essere d’accordo. Possiamo discutere di ocra e di blu, di supporti e di leganti, di aria e di respiro, senza tirare fuori reliquie. La pittura si nutre di pittura. Le posate restino a tavola.
Deposito Patamu: n. 271859
Vuoi litigare d’arte senza santini? Scrivimi da Contatti. Guarda il mio lavoro: Portfolio – Sommario galleria serigrafica.
Degas: il meno impressionista degli impressionisti (e perché non mi incanta)
Degas non l’ho mai messo nel cesto degli impressionisti. Stava con loro per calendario e frequentazioni, ma lavorava contro il plein air. Preferiva lo studio, la carta che sa aspettare, il disegno che costruisce. Fin qui: rispetto. Il mestiere del disegno è ciò che regge il colore quando il colore vuole correre. Mi chiamano il pittore delle ballerine, diceva. Per me la ballerina è un pretesto per il movimento. Lo capisco. Ma il pretesto, alla lunga, diventa formula. E qui inizio a perderlo. Quando il tema diventa un recinto, il disegno regge, sì, però smette di respirare: gira su se stesso. Ho studiato Degas a lungo: ottime impostazioni, tagli fotografici intelligenti, diagonali che alzano la temperatura della scena senza urlare. Il pastello sa vibrare, le masse sono spesso precise. Ma il mio problema resta questo: la struttura vince tutto. Il colore viene chiamato a servizio della linea e gli resta poco margine di canto. Dove io cerco aria tra due toni, spesso trovo compattamento; dove cerco silenzio, trovo meccanica. Non sempre, ma abbastanza da togliermi l’entusiasmo. Sulla biografia non mi soffermo. Parigi, 1834. Padre banchiere, figure colte intorno, la trafila delle copie ai maestri (Michelangelo, Mantegna, Rembrandt, Dürer), la linea retta che porta a Ingres: disegna, disegna, disegna. Tutto vero e tutto utile. È questo che gli dà la mano ferma. È questo che gli concede certi ritagli da sala prove, dove senti la polvere del palcoscenico meglio che in mille cieli a puntini. Ma io non dipingo per santini; guardo se il quadro tiene senza stampelle ideologiche. I punti che salvo:
– Composizione: taglio laterale, figure decentrate, equilibrio nervoso.
– Costruzione: la linea non è contorno, è impalcatura.
– Onestà dello spazio: gli interni parlano da interni; non si finge aria di campagna. I punti che non mi convincono:
– Ripetizione: il tema si consuma. Il “pretesto” diventa mestiere di scena.
– Peso della linea: spesso soffoca il fiato del colore.
– Superficie: quando la carta è stanca, il pastello si fa fango elegante. Mi si dirà: ma almeno lui non vende l’atmosfera al primo tramonto. D’accordo. Degas non è zucchero filato. Però il rigore non basta se diventa abitudine. L’architettura del quadro non deve far sentire i tiranti tutto il tempo. Mi piace quando la struttura scompare e resta la musica. Con Degas, spesso, sento più metronomo che melodia. Sulla scultura: esperimenti interessanti, materiali coraggiosi, ma non è lì che lo salvo. Molti pezzi sono arrivati fragili (com’è normale quando si lavora in cera, tessuti, materiali misti). Non faccio processi: capita a chi cerca. Ma conferma la sensazione: costruzione prima, respiro dopo. Perché scrivo così? Perché parlo di pittura, non di santità né di mercato. Degas mi ha insegnato due cose utili: il taglio e la disciplina del segno. Gliene sono grato. Ma se devo scegliere una stanza dove tornare, scelgo quella in cui il colore può stare in piedi da solo. Il disegno lo voglio presente, non padronale. Posso riconoscere la forza di Degas e, nello stesso gesto, dire che non m’incanta. Non è una crociata. È un gusto fondato sul lavoro: anni passati a tenere insieme una campitura, ad accordare due toni senza farli litigare, a togliere quando la superficie chiedeva meno. La mia direzione è questa. Degas, per me, è una lezione parziale: costruisci bene, sì; ma poi lascia spazio al quadro, non tenerlo alla cavezza. La pittura si nutre di pittura. Io cerco quella che respira.
Degas: struttura forte, colore in affitto.
Num. deposito Patamu 272222
E. H. Paul Gauguin: quando la leggenda mangia la pittura
Non mi piaceva ieri e non mi piace oggi. Quello che passa per “mito” è spesso un cappotto di scena messo sopra a un mestiere zoppicante. La vita romanzata, l’uomo che molla moglie e cinque figli in Danimarca, poi Tahiti, la tredicenne incinta, il “primitivo” come passaporto esotico, viene usata come cornice di legittimazione: se scandalizza, allora “innova”. No. Lo scandalo non accorda i toni, non scava i piani, non mette aria tra le figure. Gauguin aveva incrociato Delacroix e Cézanne. Da Delacroix avrebbe potuto prendere il respiro del colore, la capacità di far vibrare i complementari senza perdere coesione. Da Cézanne la struttura: la mela che regge il tavolo, il piano che regge la stanza, la pennellata come mattone. Cosa resta, nei quadri migliori di Gauguin? Un colore spesso slogan: pieno, piatto, “parola d’ordine”. E composizioni a quinte, accostate una sull’altra finché l’aria non passa più. Il “primitivismo” diventa fondale: è carta da parati estetica, non necessità pittorica. Non nego che abbia inciso. Il mercato e la scuola hanno bisogno di figure forti: biografie che si ricordano, storie che si vendono. Ma l’incidenza storica non è prova di qualità pittorica. Quando guardo certe tele, figure piantate come cartelli, campiture che non s’ascoltano, linea che non tiene il bordo, sento che manca la cerniera: il passaggio tra luce e ombra, vicino e lontano, pieno e vuoto. Manca la misura. Il colore urla ma non canta. “Ma aveva amici straordinari”: Mallarmé, Redon, Morice, Aurier…appunto. L’orbita era d’oro; e proprio per questo la distanza pesa. Redon sapeva far respirare l’ignoto in un centimetro di carta; Mallarmé distillava gli intervalli come un liutaio del silenzio. Gauguin, davanti alla stessa esigenza di essenzialità, spesso si rifugia nel manifesto: piatto contro piatto, simbolo contro simbolo. È pittura che dichiara più di quanto costruisce. L’esotismo, poi. Quando funziona, porta un’aria nuova nel laboratorio: un odore, una luce, un ritmo altrimenti invisibile. In Gauguin, troppo spesso, è decalcomania: un repertorio iconografico che non entra nella struttura del quadro, ma la tappa. Che ci sia qualche tela riuscita? Certo. Perfino gli irregolari trovano accordi. Ma l’indice non è la somma dei picchi, è la qualità media: com’è l’aria tra le figure, il bordo, com’è il rapporto tra toni quando togli la storia che ci sta intorno. E lì, per me, cade.
Senza moralismi: la vita privata non santifica né squalifica. Ma qui la “leggenda” ha rimpiazzato la verifica. Il racconto ha vinto sul mestiere. Capita. La pittura, invece, chiede prove semplici: una campitura che sta, un tono che regge, una distanza che respira. Non ho niente contro lo scrittore Gauguin, il ceramista Gauguin, l’uomo che cerca altrove, magari in quei punti, aveva una misura sua. In pittura, no: troppo spesso “primitivo” diventa scorciatoia per “non risolto”. Il punto non è fare processi: è difendere il lavoro. La pittura non ha bisogno di apologeti né di crocifissori, ma di tela, tempo, leganti, panni sporchi e correzioni. Preferisco dieci centimetri di tono che si ascoltano a un manifesto perfetto da museo. Gauguin ha vinto nella storia del racconto; ma, nella storia del mestiere, per me, resta sospeso. E io, che in “Abstraction” cerco aria tra i piani e accordi senza urla, lo lascio là: interessante da discutere, ma poco da rubare. L’esotico può essere un vento, non un paravento.
Testi: Giorgio & Giorgia · Immagini generate ad hoc per uso critico. Patamu #272624.
Quando diventa paravento, la pittura si spegne.
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Indice: Van Gogh • Impressionismo • Gauguin
