Sistema periferico, n 13
Traiettoria

Nella variante n. 13 succede una cosa precisa: il sistema smette di stare dentro la macchina e costruisce un campo.
Un campo operativo, aperto, che non ha più bisogno di massa per far sentire la pressione.

Il blu non è uno sfondo: è un volume; è lo spazio attivo in cui tutto avviene.
A un certo punto ho deciso che la macchina, invece d’occupare dello spazio, dovesse generarlo. Quel blu segna il momento in cui il sistema ha abbastanza energia da produrre ambiente.

L’anello non è una cornice e non è un simbolo.
È una traiettoria resa visibile.
Un circuito che si chiude e allo stesso tempo si deforma.
Il doppio bordo nero con la fascia gialla interna è un dato tecnico: dichiara una parete, un bordo, un limite.
Non un limite morale, un limite fisico.
Come una guarnizione, un bordo di tenuta, un profilo che separa due pressioni diverse.

Sistema periferico, n. 13, olio, acrilico e mista su tela di cotone, cm 50×60, 2003

I due bracci scuri, segmentati, arrivano da sinistra e da destra e si puntano addosso.
Sono due strutture che sembrano uguali ma non lo sono.
Seguono la stessa logica modulare, ma ogni lato porta un ritmo diverso di tagli, crepe, innesti.
Nella zona alta, vicino al punto di contatto, i segmenti diventano più piccoli, nervosi.

È in quel punto, che il sistema accelera. Non si toccano davvero. S’avvicinano fino al punto in cui la materia non basta più. Ed è lì che avviene l’evento.
La punta si frantuma e le schegge vengono espulse.
I frammenti neri sparati verso l’alto e verso sinistra sono materiale che non regge l’attrito e viene buttato fuori dal sistema. I rossi non sono decorazione e non sono energia detta in modo simbolico.
Sono marcature.
Segnali di stress, di allineamento, ed errore corretto al volo.
Servono a indicare dove la struttura si sta spostando, slitta, e sta per cambiare assetto. La fascia gialla dell’anello introduce un altro elemento: la direzione.
Non è una luce generica.
È una pista, una guida, un gradiente.
Qui il sistema non si limita a girare.
Prende velocità.
Sceglie un verso.

In questo punto il sistema periferico cambia stato.
La macchina non è più solo corpo.
Diventa traiettoria, impatto, espulsione, campo di lavoro.
È il momento in cui può permettersi di perdere pezzi, perché la funzione ha ormai superato la forma.


La macchina ha prodotto il campo.
Qui la forma non cerca centro: trova resistenza e resta.

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La Gallerista