Sistema Periferico

Pittura come macchina che gira a vuoto
(metà anni ’90 – presente)

Non c’è un centro.
O meglio: il centro esiste, ma è inservibile.

Sistema periferico nasce a metà degli anni Novanta come un’ipotesi meccanica prima ancora che pittorica: una macchina composta da ruote di frizione che girano senza trasmettere moto. Un sistema apparentemente attivo, energico, persino rumoroso, che però non produce nulla. La forza è presente, la direzione no. La velocità periferica, idealmente, è pari a zero.

La pittura entra lì.

Immagino un macchinario corroso dal tempo, invaso da ossidi, ruggini, muschi. La testa motrice è viva, ma il contatto è perso. Nessuna ruota è davvero motrice, nessuna davvero condotta. Tutto gira, tutto insiste, ma nulla avanza. È una macchina che consuma sé stessa.

Nel formato quadrato, scelto non per equilibrio ma per costrizione, le masse scure si addensano come architetture interne. Non sono astrazioni decorative, ma organi. Blocchi, tunnel, superfici che si urtano senza incontrarsi. Le linee chiare, gialle o bianche, non sono segni grafici, ma fenditure di luce, improvvise, violente, come scariche che attraversano l’oscurità senza però illuminarla davvero.

Il colore non è mai pulito.
Acrilico, olio e smalto convivono per ottenere una materia già stanca, già vissuta. La pittura nasce consumata. I verdi diventano muschio, i rossi si ossidano, i bruni si ispessiscono fino a sembrare metallo. La superficie riflette e respinge: non si lascia fotografare facilmente, come certe macchine industriali o certi pensieri.
Dentro queste strutture non c’è l’uomo, ma il suo progetto fallito.
Non c’è denuncia esplicita, né metafora morale. Soltanto una constatazione: un sistema che ha perso il centro continua a funzionare per inerzia. E proprio per questo è pericoloso.
Eppure, ed è qui che la pittura resiste, la Natura filtra. Tra le masse corrose compaiono presagi: acque azzurrine, prati possibili, chiarori che non appartengono alla macchina. Come se, nel punto di massimo logoramento, qualcosa stesse già ricominciando altrove. Non al centro, ma ai margini.

Sistema periferico non è una serie conclusa.
È una macchina che continua a girare, anche oggi.
E forse continuerà finché avremo il coraggio di guardare dove il sistema non guarda più.

Giorgio Valentinuzzi
SISTEMA PERIFERICO, var. 5
olio, acrilico e smalto su tela di cotone
cm 100×100, 1996

La superficie non è buia, ma densa. Non assorbe la luce, la trattiene.
Qui la pittura non illumina: resiste. Il Sistema Periferico non è un meccanismo rotto, è un meccanismo stanco di obbedire. Gira perché sa girare. Non produce perché non vuole più produrre. Le masse scure non sono ombre, ma corpi che hanno lavorato a lungo, subito attrito, e portano addosso la memoria del contatto.
Ogni piano inclinato è una decisione presa tempo fa e mai revocata. Ogni spigolo è una scelta che non torna indietro.
Quel rettangolo rosso, piccolo, quasi imbarazzato, non è un accento cromatico.


È un errore sopravvissuto: la prova che anche nel sistema più chiuso qualcosa sfugge, scivola,e s’accende. La luce non entra dall’esterno.
Nasce per frizione interna, come il pensiero quando non trova più una direzione utile e diventa visione. Le linee gialle non indicano: tagliano. Non mostrano una via, aprono fenditure. Qui la macchina è diventata paesaggio, l’architettura ha perso la sua arroganza e si è fatta muschio, ruggine, attesa. Non c’è centro, perché il centro è imploso sotto il peso della propria funzione.
Il Sistema Periferico è il luogo in cui la forza non si disperde: si ritira.
E nel ritirarsi cambia natura. Non è un fallimento, ma una rinuncia consapevole.
È il momento in cui la forma smette di servire e comincia a esistere.
Chi guarda da fuori pensa che la macchina giri a vuoto. Chi è dentro sa che sta custodendo energia. E forse, solo forse, questa pittura non parla del mondo che non funziona,
ma di quello che funziona altrove, lontano dal centro, nella zona dove il gesto non deve più giustificarsi.

Quest’opera non chiede interpretazioni ulteriori.
Ha già detto ciò che poteva dire nel momento esatto in cui è stata dipinta. Il Sistema periferico non nasce per spiegare un’epoca, né per illustrarne le contraddizioni. Nasce come atto di osservazione interna: guardare una struttura mentre continua a funzionare anche quando la sua funzione è venuta meno. Non c’è giudizio, nè profezia. Solo una presa d’atto. La pittura qui non denuncia e non salva. Registra. Registra l’inerzia, l’attrito, la resistenza della materia, la luce quando non serve più a illuminare, ma solo a testimoniare che qualcosa è ancora acceso e, anche il tempo come usura, e non come progresso.

In questo quadro il sistema non collassa, ma nemmeno si risolve. Resta in uno stato di tensione stabile, come certe macchine industriali abbandonate che continuano a vibrare anche dopo lo spegnimento. È in quella vibrazione che la pittura trova il suo senso. Non c’è centro perché il centro non è più necessario. Non c’è produzione perché la produzione non è più un valore. C’è invece una periferia che pensa, assorbe e conserva.

Questo è quanto. Il resto: le varianti, le mutazioni, gli spostamenti di sguardo, appartiene a un’altra soglia, che verrà attraversata più avanti. Per ora, quest’immagine è sufficiente. Si regge da sola. E continua a girare.

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Sistema periferico non nasce qui.
Ha origini più lontane, deviazioni, riprese, rifacimenti.
La sua storia completa è raccontata di seguito.

👉 Sistema periferico. Strani inizi

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La Gallerista