Sistema periferico, n. 11
Tentativo di verticalità

La macchina che fino a ora ha ruotato, deviato, disperso energia lungo traiettorie oblique, compie un gesto diverso.
Non accelera.
Non esplode.
Prova a sollevarsi.

La struttura si contrae e si riorganizza lungo un asse verticale.
Non è una colonna simbolica, non è un totem nel senso antropologico del termine.
È una postura che nasce da una necessità interna al sistema. La macchina non rappresenta più il movimento, lo trattiene.
La rotazione non scompare, ma viene compressa, incanalata, costretta a salire.
Le superfici si fanno più compatte, gli innesti più rigidi, le curvature meno decorative e più funzionali.
Il sistema non si espande: si sostiene.

Siamo sulla sommità della macchina.
Non nel punto più alto in senso celebrativo, ma nel punto più instabile.
È il luogo in cui l’equilibrio non è garantito, va continuamente ricalcolato.
Ogni elemento sembra verificare la propria tenuta rispetto agli altri, come se la struttura potesse ancora scegliere se reggersi o collassare. In questa variante compare una sorta di spina dorsale, ma non è un centro.
È un asse provvisorio, una soluzione temporanea adottata dalla macchina per non disperdersi del tutto.
La verticalità non è conquista, è tentativo.

Sistema periferico, n. 11; olio, acrilico e smalto su tela di cotone
cm 90×90, 2002

Sistema periferico, ora, mostra una cosa rara: non l’efficienza, non il controllo, ma lo sforzo.
La pittura non racconta un’idea di forza.
Registra il momento in cui l’energia cerca una forma che possa reggerla.

Non c’è monumentalità.
C’è tensione.

Ed è in questa tensione che il sistema continua a vivere.


La verticalità non conclude.
È una soglia.
Il sistema prosegue.

Prosegui con Sistema periferico
Torna a Cronache dall’era pittorica

Visualizzazioni: 3
La Gallerista